Serafino Maria Roboris


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mercoledì, 27 maggio 2009

Kastusilia e dintorni...

Poche parole per informarvi del fatto che stiamo organizzando un giro in Turchia, dedicato in gran parte alla visita delle zone in cui ha vissuto quel grande e controverso personaggio, filosofo e mistico di origine Greco-Armena, che è stato George I. Gurdjieff.

Recentemente, mentre rileggevamo per l'ennesima volta un brano del suo Incontri con Uomini Straordinari, siamo stati folgorati da una risonanza improvvisa in un passo che ci era sempre suonato sospetto: quello in cui Gurdjieff descrive la pratica della kastusilia da parte di suo padre e di padre Borsh.

Ora, ripensando a quanto egli disse a proposito di un certo suo modo di scrivere ("Ma siccome un po' alla volta ero diventato più abile nell'arte di nascondere pensieri seri sotto modi piacevoli, facili a capirsi, e di associare ai pensieri quotidiani alcune idee che possono venire percepite soltanto col tempo..." e notate che il corsivo è dello stesso Gurdjieff), ripensando a ciò, dicevamo, abbiamo deciso di includere nel tour una tappa molto particolare, e in relazione ad essa, con l'aiuto di un certo tipo di persone, compiere un'accurata ricerca e, soprattutto, STARE IN CAMPANA (id est: tentare di "percepire"...), ancora ben memori di una nostra personale precedente esperienza nell'ottobre del 2007 in una moschea (nella foto), sempre in Turchia.

Il tour offrirà anche una interessante opportunità per prendere atto delle molteplici connessioni antroposofiche in atto nel nostro tempo tra correnti spirituali diverse.

L'invito a partecipare a questa esperienza molto particolare è rivolto a tutti coloro che possano sentirsi in qualche modo coinvolti.


PROGRAMMA

Primo giorno:
partenza dall'aereoporto di Venezia alle ore 12,50 ed arrivo ad Istambul alle ore 16,10; pernottamento in Hotel.

Secondo giorno:
con partenza da Istambul alle ore 7,10, trasferimento aereo a Van, sull'omonimo lago, dove arriveremo alle ore 9,30. A Van, come racconta G. in "Incontri", ebbe luogo uno dei tre tornei di poeti-bardi (categoria a cui apparteneva anche suo padre) a cui egli ebbe modo di assistere nel corso della sua vita. Faremo una breve sosta presso le cascate di Muradije, nel corso del trasferimento via terra a Dogubayazit, cittadina Curda situata ai piedi dell'Ararat, a quasi 2.000 di quota; pernottamento in Hotel, proprio sotto la grande montagna.

Terzo giorno:
escursioni in zona (palazzo di Isac Pashà, cratere del meteorite, sito dell'arca di Durupinar, grotte fredde e calde, etc...); pernottamento in Hotel.

Quarto giorno:
in mattinata, circumvallazione dell'Ararat (se concessa dalle autorità militari turche), e poi Yenidogan, gola di Ahora (passo dell'Ararat, Yezidi); pomeriggio fino a sera, contatto con la cultura locale e le persone, passeggiando, facendo shopping e visitando la main street di Dogubayazit, e visita alla nuova grande moschea della cittadina kurda. Inevitabile foto del monumento ad un saggio locale, idealmente recepito come l'incomparabile Mullah Nassr Eddyn; pernottamento in Hotel.

Quinto giorno:
in mattinata, trasferimento via terra a Kars, cittadina nella quale Gurdjieff ha trascorso la sua giovinezza; pomeriggio, visita alla cittadina alla ricerca dei luoghi dei quali si parla in "Incontri" (ad esempio la vecchia cittadella militare con i resti della cattedrale in cui Gurdjieff spesso ha cantato nel coro, etc...). I tappeti di Kars sono particolarmente rinomati per le tinte e i disegni di fattura rustica, e non dobbiamo dimenticare che in questo luogo ha avuto origine la passione di Gurdjieff per tali prodotti dell'attività umana. Pernottamento in Hotel.

Sesto giorno:
visita ad Ani, antica capitale dell'Armenia e luogo in cui Gurdjieff e il suo compagno Pogosean trovarono, nei sotterranei della città, l'antico manoscritto in cui si faceva menzione della confraternita Sarmung. Per quanto sarà consentito dalle autorità militari, ricerca di una "luogo" particolare, di cui parleremo a suo tempo. A seconda della durata della visita ad Ani, che si effettua con la guida di un soldato in un tour predeterminato dalle autorità militari, nel pomeriggio potremo fare una prima puntata a Sari-Kamish, luogo privilegiato (ma non unico) della nostra ricerca; quindi rientro a Kars e pernottamento in Hotel.

Settimo giorno:
in mattinata ci trasferimento a Sari-Kamish: giornata intera dedicata alla nostra ricerca; sera, rientro a Kars e pernottamento in Hotel.

Ottavo giorno:
con partenza alle ore 14,45 e arrivo alle ore 17,00, trasferimento aereo ad Istambul. Breve visita alla città (da verificare possibilità); pernottamento in Hotel. A seconda di quale giorno della settimana corrisponderà a questo nostro ottavo giorno, è possibile in alternativa una partenza dall'aereoporto di Kars alle ore 9,20 con arrivo ad Istambul alle 11,20, avendo così a disposizione tutto il pomeriggio per visitare qualcosina della megalopoli turca.

Nono giorno:
partenza dall'aereoporto di Istambul alle 10,30 e rientro a Venezia alle ore 12,00.



Vorreste partecipare?: roboris@infinitoconcentrico.it

Postato da Roboris alle 19:06 | commenti

domenica, 29 marzo 2009

Dalla tradizione esoterica ebraica

AlberodelleSephirot
L'albero delle Dieci Sephirot, disponibile in formato 50x70 su carta fatta a mano nel formato 56x76. L'albero della Vita, per coloro ai quali è concesso di stendere la mano...

Postato da Pilgram alle 21:10 | commenti

martedì, 11 marzo 2008

Una buona notizia per tutti...

2400 Eravamo in tre, cioè io, e poi Pilgram, e chiperlui. L'accordo era che il primo che ne avesse trovato traccia avrebbe subito dovuto avvisare gli altri. Oggi è tornato chiper con la buona notizia. Era ora. Adesso sappiamo di essere sulla strada giusta. Leggetela anche voi, QUI.



(Maurizio Tonellotti Conchiglie, olio su tela, 60x50)

Postato da Roboris alle 17:50 | commenti (1)

lunedì, 10 dicembre 2007

Presso la porta dei tre sei

EGLI POTREBBE ENTRARE perché la porta della legge, della giustizia è aperta. Nessuno gli impedisce di entrare; non è il guardiano che gli vieta l'accesso, bensì sono le sue domande che finiscono per impedirglielo. Il campagnolo trascorre giorni, mesi, lunghi anni invecchiando di fronte alla porta della legge con le sue domande, originate dall'ansia di un possesso soggettivo, coscienziale, privato della legge e della giustizia. Non trascura nulla per avere qualche risposta dal guardiano al quale offre tutto quel poco che possiede; il guardiano lo accetta non per farsi corrompere ma perché il campagnolo non pensi di aver lasciato alcunché di intentato per varcare la soglia della legge. Poco prima di morire, al termine di un lungo processo di estenuazione fisica, il campagnolo, oramai incapace di sollevare il corpo irrigidito, richiama con un cenno l'attenzione del guardiano al quale rivolge la domanda finale e decisiva:

"Tutti gli uomini tendono alla legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?"

Il guardiano che si è accorto che il campagnolo è giunto allo stremo delle sue forze si china su di lui e gli grida nelle orecchie divenute quasi insensibili:

"Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo".

La porta della legge si chiude soltanto ora, cioè con la morte del campagnolo. La sua vita è finita e allora è anche finita la possibilità di varcare quella soglia che era riservata a lui soltanto perché soltanto sua era la vita. Ma la figura del campagnolo, e attraverso questa figura, tutto il tormento documentato dall'opera di Kafka derivano da questa possibilità di vivere che viene inesorabilmente pregiudicata dall'atteggiamento delle nostre domande, dal proposito insaziabile di voler dominare con la misura del nostro giudizio la forza che governa la vita...

Aldo G. Gargani L'io insalvabile (dalla raccolta di saggi "Il coraggio di essere", dello stesso autore, edita da Laterza)

Postato da Roboris alle 10:08 | commenti

mercoledì, 14 febbraio 2007

Nove e cinquanta, grazie...

666minicop.jpg"Dove va, fratello?" chiese l'anziano signore ben vestito.
L'altro lo guardò un momento, poi disse:
"Non sapevo di avere un fratello, e non so dove la strada mi porta".
"Io cercherò di indicarle la strada" disse il signore. "Ma non deve inquietarsi con me se la prego di un favore insolito".
"Sono pronto a ogni servizio" rispose il vagabondo.
"Vedo bene che lei ha qualche difetto. Ma è Dio a porla sulla mia strada. Lei avrà sicuramente bisogno di soldi, non se la prenda a male per queste parole! Io ne ho troppi. Non vuole dirmi francamente di quanto ha bisogno, almeno per il momento?"

(Joseph Roth - La leggenda del santo bevitore)

Postato da Pilgram alle 14:06 | commenti

lunedì, 12 febbraio 2007

Con nove euro e cinquanta centesimi...

Occorre vedere il baratro che divide i milioni di uomini impidocchiati, morenti di fame, dagli altri uomini ipernutriti, in pizzi e merletti; per colmarlo sono necessari sacrifici, e non quell'ipocrisia con cui ci sforziamo ora di nascondere a noi stessi la profondità di quest'abisso. (Lev N. Tolstoj - Diari)

Con nove euro e cinquanta centesimi che cosa ci si può fare, quando si è privi di tutto?

Postato da Pilgram alle 16:42 | commenti (2)

venerdì, 09 febbraio 2007

Quale delle due?

O voi considerate che la vita e la felicità sono un bene per tutto il mondo, e allora desiderate la vita e la felicità per tutti; oppure considerate la vita e la felicità un male, e allora non desiderate la vita e la felicità neppure per voi stessi. (Lev N. Tolstoj - Diari)

Attenzione, per favore! I commenti sono sempre i benvenuti, ma prima di appenderci il vostro è meglio che leggiate il post precedente...

Postato da Pilgram alle 09:15 | commenti

giovedì, 01 febbraio 2007

Qualcosa posso fare, con il tuo aiuto...

25 novembre Sono stato poco bene. Ho dormito male. È venuta la Hapgood. La Hapgood: "Perché non scrivete?" Io: "È un inutile passatempo". La Hapgood: "Perché?" Io: "Ci sono troppi libri, e ora qualsiasi libro scrivi, il mondo va avanti sulla stessa strada. Se venisse Cristo e desse alle stampe il Vangelo gli chiederebbero l'autografo, e niente di più. Dovremmo smettere di scrivere, di leggere, di parlare, occorre fare".
(Lev N. Tolstoj - Diari)

A te, viandante che casualmente passi da queste parti, una sola richiesta: niente di ciò che assomigli a delle chiacchiere, per favore. Questo blog avrebbe già dovuto essere chiuso da un pezzo, assieme all'altro paio, miei pure, che occupano inutilmente spazio da qualche parte nel server di Splinder. Se proprio vuoi fare qualcosa, sappi che il ricavato di ogni libro è destinato, per intero, a coloro che la sorte mi ha concesso il privilegio di incontrare e dei quali ho preso la decisione di interessarmi: Davide, Louis, Mattia, Maltius, Mubarak (Nigeria, Ghana, Marocco). Se ordini il libro tramite il distributore devi essere consapevole che metà del prezzo di copertina rimarrà a lui. Grazie, e buona passeggiata...

(Per ordinare il libro al distributore basta cliccare sull'indirizzo del suo sito sotto il titolo del blog - qui sopra, in alto - e ci si trova sulla schermata con i dati relativi al libro; per ordinarlo a me, scrivi il tuo recapito al seguente indirizzo: marpeck@infinitoconcentrico.it. Pagherai 9,50 Euro in contrassegno, che è il costo di copertina, senza l'aggravio delle spese di spedizione.)

Postato da Pilgram alle 10:09 | commenti (2)

lunedì, 09 gennaio 2006

In quanto a te Daniel – Pilgram si rivolse verso l’amico – ti aspettano su di sopra, da Linthen, e sarà meglio che tu vada, prima che sua moglie faccia un esaurimento. – lo disse con un cenno di sorriso – Buona notte a tutti, riposate bene mi raccomando, ci vediamo domani.
– Vuoi che ti dia uno strappo?
– No, grazie Vins. Ho bisogno di camminare, da solo, e di parlare un po’ con... – lo disse sottovoce, ma non abbastanza per non essere udito da Daniel, che infatti subito domandò: – E ti risponde? – Buttò la domanda con un’espressione a mezza strada tra l’ironico e lo scherzoso, anche se sapeva benissimo che cosa intendeva Pilgram.
– A volte sì e a volte no – gli rispose questi guardandolo dritto negli occhi – e poi, sottovoce – sia benedetto... – e dopo un gran sospiro si allontanò lentamente nel buio della notte.

Postato da Pilgram alle 00:11 | commenti (12)

domenica, 08 gennaio 2006

– La stessa cosa è successa anche a noi – riprese un altro giovane, con una voce cantilenante che tradiva la sua provenienza dalle Terre Alte del nordest, rifacendosi al discorso del suo coetaneo meridionale – nel senso che anche per la nostra presenza è stata decisiva la pressione esercitata su Luca, il nostro leader, dal loro don. – e così dicendo indicò Vito – Ma che gli avete detto per farlo sentire così motivato: mistero anche quello?
– No, nessun mistero in questo caso. Domani, dopo una buona notte di riposo, quando avremo costituito i gruppi di lavoro, vedrete che molte cose vi si chiariranno. Ma... giusto per darvi un’imboccata... i quattro che avete salutato prima, quelli che sono saliti su da Linthen con Emmanuel, quelli sono della stessa sua... risma, se mi concedete l’espressione. Non ci vedete un nesso? Comunque ragazzi, per oggi basta così, avete sul groppone un bel po’ di strada anche voi, come Daniel, solo che lui è riuscito a prendersi un po’ di riposo nel corso della giornata. Ci vedremo domani, in tarda mattinata. Per qualsiasi cosa di cui abbiate bisogno fate riferimento a Vincenth. Egli sarà felice di dare un po’ di lavoro ai nostri diaconoi ed essi saranno felici di rendersi utili.

Postato da Pilgram alle 09:39 | commenti

sabato, 07 gennaio 2006

– Sono veramente contento che abbiate accettato il mio invito ragazzi, e soprattutto che siate venuti in rappresentanza di tutto il movimento.
– Per quanto riguarda me e quelli dell’area da cui provvengo, rifiutarlo sarebbe stato impossibile – disse un giovane dai lunghi capelli neri e dal viso barbuto mostrando un bellissimo sorriso – hai fatto breccia nel cuore del nostro don, che ci ha rotto le scatole fino alla noia. Non so come, ma comunque ci sei riuscito. Avrebbe voluto venire di persona, ma lo hai pregato di inviare visi assolutamente sconosciuti... ed eccoci qua. Ad ogni modo devo dire che da quanto ho visto questa sera ne è valsa la pena, e se ho ben capito il meglio deve ancora venire…
– Come ti chiami? Scusami...
– Vito, quasi come il don, ma gli amici mi chiamano uìtt.
– E allora, con il tuo permesso, vada per il uìtt! Ti ringrazio, uìtt, per le espressioni di apprezzamento. Comunque, a proposito del meglio che deve ancora venire, io non so se sarà veramente il meglio o cosa, bisognerà attendere e vedere; però di sicuro posso dirti che quello che è successo oggi non era stato previsto da nessuno di noi, e nel suo accadere c’è stato un che di misterioso, nel senso sacro di questo termine. La mia impressione è che ciò a cui abbiamo assistito durante il corso di tutta la giornata, fin dalle prime ore della mattina, cioè l’improvviso ravvivamento spirituale del quale siamo stati testimoni, sia stato un preludio a qualcosa di ancora più grande e più imprevedibile, e che quindi non mi azzardo a prevedere.

Postato da Pilgram alle 09:44 | commenti (3)

venerdì, 06 gennaio 2006

In un altra parte della concentrazione, ai piedi della collina su cui essa sorgeva e al di là del vallone al bordo del quale era situata la sala, si ergeva, su due piani, la grande casa di Linthen. Sopra, l’abitazione di appartamento, e sotto quelli che venivano comunemente chiamati magazzini, anch’essi, comunque, dotati di tutte le utilità di un’abitazione. Le sue finestre erano illuminate e in ogni stanza c’era fermento, mentre nei magazzini stavano prendendo alloggio, con i loro sacchi a pelo, una decina di giovani.

Erano quelli che in un primo momento, arrivando a discorso inoltrato, avevano fatto preoccupare il responsabile dei diaconoi, e non solo lui veramente, e che si erano presentati con i cartoncini. Pilgram stava parlando con loro, e con lui c’erano anche Vincenth e Daniel.

Postato da Pilgram alle 09:28 | commenti (13)

giovedì, 05 gennaio 2006

Grottherdam: Preludio

E ci sono uomini, nel mondo moderno,
disposti a pensare o a fare qualunque cosa,
piuttosto che ammettere
che alcunché sia un prodotto spirituale.

Gilbert Keith Chesterton




La luna brillava alta e grandissima sopra Grottherdam, in un cielo parzialmente coperto da masse nuvolose che a tratti la nascondevano o ne ricamavano di nero la sagoma quando lievemente transitavano su di essa con la loro coda di sfilacciamenti informi. Il pendio collinoso su cui sorgeva la concentrazione era pervaso dal chiarore lunare e le tante case che lo ricoprivano si protendevano una sull’altra a formare un complesso gioco di chiaroscuri, costellato da innumerevoli sprazzi di fioca luce giallognola che proveniva dalle finestre illuminate.

Nonostante l’ora tarda, la mezzanotte era passata ormai da molto tempo, nella concentrazione c’erano ancora molta agitazione e movimento. A piccoli gruppi le persone stavano lentamente ritirandosi dalla zona bassa, dove sorgeva la Sala della Fratellanza e dove avevano indugiato ben oltre la conclusione dell’assemblea. Pochi erano quelli che rientravano nella propria abitazione. Salendo verso il centro, uomini, donne, giovani e vecchi, colti e meno colti, continuavano a commentare l’andamento della serata, delle cose che avevano udito e di cui avevano preso coscienza per la prima volta. Un senso di consapevole e serena solennità aleggiava sopra tutti. Avevano cominciato a riscoprire la propria dignità spirituale, che in molti avevano ormai quasi persa del tutto a motivo della contaminazione del sistema.

Postato da Pilgram alle 11:48 | commenti (8)

domenica, 06 novembre 2005

heads
Maurizio Tonellotti Le età dell'uomo (olio su tela, 50x100)

Due in uno, infinito concentrico...

Postato da Roboris alle 14:04 | commenti (8)

giovedì, 06 ottobre 2005

essereononMaurizio Tonellotti Il destino dei viventi (olio su tela, 50x100)

Argomento correlato

Postato da Roboris alle 21:37 | commenti (7)

venerdì, 09 settembre 2005

Pilgram Marpeck

La serie dei Frammenti che si è appena conclusa altro non era se non la presentazione che compare nella versione a stampa del lavoro dell'amico Pilgram, da me scritta.
Quando inizialmente decidemmo di avviare i nostri rispettivi blog avevamo un progetto comune: avviare alcune iniziative editoriali, prima fra tutte quella relativa al secondo volume del suo lavoro il quale avrebbe potuto trovare, fra le fila dei bloggers, dei personaggi veri, reali, di cui aveva bisogno. Riporto quindi il contenuto del post relativo alla richiesta di collaborazione così come compare nel blog di Pilgram: a voi una valutazione circa tale possibilità...


Bene, chiuso anche il secondo capitolo è giunta l'ora di fare il punto sulla situazione e si potrebbe incominciare da una brevissima analisi del materiale fin qui presentato.

Il primo capitolo, scritto in forma di narrazione, introduce l'argomento; il secondo, scritto in forma di saggio breve, spiega in che cosa esso consista: la rivelazione di un tremendo segreto. Tutto il lavoro procede su questi due piani: quello della narrazione e quello saggistico, con una maggior presenza della forma narrativa.
Alcune informazioni complementari le potete trovare sul blog dell'amico Roboris, nella serie Frammenti di una presentazione (1 - 7), presentazione che egli stesso ha scritto per questo mio lavoro, così come compare nella versione a stampa.

Alcune parole voglio spenderle a proposito dei commenti che sono stati lasciati di giorno in giorno. La prima, naturalmente, non può prescindere da un sentito ringraziamento per la presenza costante di tali commenti, e anche per la loro qualità.

Proprio la qualità di tali commenti, di alcuni in particolare, perfettamente sincronizzati, mi ha indotto a riflettere sull'opportunità di anticipare una cosa che già avevo in mente di realizzare, anche se più avanti: richiedere, cioè, una collaborazione per la stesura del secondo volume di questo lavoro.
Con queste parole chi lo desidera si senta direttamente chiamato in causa e, per favore, mi renda nota la propria eventuale disponibilità (fatte salve, ovviamente, tutte le ulterori informazioni del caso) attraverso la posta privata di Splinder, oppure, se lo preferisce, scrivendo a marpeck@infinitoconcentrico.it.

Naturalmente, fra qualche giorno riprenderà lo scorrere lento del racconto e ciò consentirà di farsi un'idea sempre più accurata del contenuto di questo lavoro.

Postato da Roboris alle 12:47 | commenti (7)

mercoledì, 07 settembre 2005

Frammenti di una presentazione - 7

Concludo con un breve passaggio tratto da una recensione amichevole pervenuta all’autore, parole che, per la verità, mi sono parse quantomai opportune: “Non che certe cose non si possano dire, ma tu sai meglio di me che per raccontare qualcosa a qualcuno c’è bisogno che prima si sia fatto silenzio, che le prime battute del racconto non siano in dissonanza col pensiero quotidiano, per i più, o normalmente accademico per i pochi. Insomma, per quanto uno possa avere qualche ragione, tu sai, sempre meglio di me, che il piacere più grande per la gente è linciare i profeti: i falsi perché non veri, e i veri perché sono impertinenti. E sarebbe saggio avanzare in punta di piedi, con dichiarata umiltà, oppure adottare una forma impersonale che scagioni dagli intenti violentatori.”

Postato da Roboris alle 08:20 | commenti (4)

martedì, 06 settembre 2005

Frammenti di una presentazione - 6

In questo modo viene consentita al lettore sia l’identificazione con i fatti e i personaggi della narrazione stessa che l’osservazione di tali fatti e personaggi da una prospettiva asettica.
Infine, in questo lavoro viene presentata una nuova lettura (propriamente dal punto di vista linguistico) del capitolo tredici del libro dell’Apocalisse, che costituisce il fulcro attorno al quale si sviluppa l’intera opera.

Postato da Roboris alle 08:29 | commenti (1)

lunedì, 05 settembre 2005

Frammenti di una presentazione - 5

In pratica, questo lavoro serve alla trasposizione in chiave parzialmente narrativa di alcune tematiche di natura etica e spirituale, le quali, altrimenti, avrebbero assunto valori puramente teorici, svincolati dalla realtà. La narrazione si svolge nell’ambito di un’enclave spazio temporale fantastica, che tuttavia si ricollega al nostro mondo e alla nostra epoca attraverso precisi riferimenti, insomma una sorta di universo parallelo.

Postato da Roboris alle 11:57 | commenti (1)

domenica, 04 settembre 2005

Frammenti di una presentazione - 4

Il velo rimosso è uno solo, ma in funzione del rapporto linguistico che lega gli esseri umani alla realtà del mondo in cui vivono, fatto che viene costantemente richiamato nel corso di tutto il libro attraverso le ripetute citazioni del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, in funzione di tale rapporto, si diceva, ciò che viene svelato si colloca su due livelli fortemente correlati: quello di ciò che è significato e quello del segno significante, stabilendo così una relazione biunivoca tra segno e significato di rara efficacia, di modo che lo svelamento dell’uno necessariamente prelude a quello dell’altro. Una nuova visione della realtà, quindi, è ciò a cui intende portare il singolare sforzo che viene compiuto attraverso le pagine di questo libro.

Postato da Roboris alle 14:19 | commenti (4)

sabato, 03 settembre 2005

Frammenti di una presentazione - 3

Svelamento e visione di ciò che viene svelato sono però due cose distinte. Lo svelamento, cioè la rimozione del velo che impedisce la chiara visione di una certa realtà, può essere opera di un singolo, che pertanto in tale contesto svolge la sua funzione profetica, come definita dalle parole di Eugenio Corsini, citato più volte nel corso dell’opera: “...profezia è un dono e un’attività dello Spirito di Dio nell’uomo, per cui questi è in grado di ricevere la parola, la rivelazione divina e di trasmetterla agli altri.” La visione che ne consegue, invece, dev’essere necessariamente di natura collettiva: diversamente non si potrebbe dichiarare rimosso il velo che la impediva.

(Frammenti di una presentazione - 2)

Postato da Roboris alle 18:17 | commenti (2)

sabato, 27 agosto 2005

Cara Cristina - 3

«Non importa, in realtà, quello che c'è nella tua testa, e neanche nella mia, non importa davvero...»
Tue parole. O forse non tue, non lo so.
Ci sono più cose in cielo e sulla terra di quante non ne contempli la filosofia del satrapo a cui sei stata affidata, Cris.

Eppure io continuo a guardare in direzione del tuo sguardo, e attendo di sentire un suono. Ti fisso intensamente, cercando di incrociare i tuoi occhi e attraverso di essi scrutare nelle profondità della tua anima.
Ogni giorno che passa è passato inutilmente se perlomeno un flebile suono, un suono fatto di uno dei mille bagliori di luce che puoi liberare dallo scrigno prezioso in cui sono riposti, non è risalito attraverso di esse dall’abisso senza fondo dove giaci in una cella angusta.
Ma tu non sei prigioniera, è solo il potere di un incanto quello che opera su di te.

Sono pazzo? Ho il forte sospetto che la domanda abbia una sua ragione. E se però fossero pazzi tutti gli altri?

Questo suono che continua a fuoriuscire dalle parole mie, scusalo Cris, dipende da un violino che irradia la sua melodia all’intorno e mi è impossibile contenere tutta la sua luce dentro di me.
Da quando ha preso a suonare mi ha riempito di tristezza, quella di una melodia chassidica, un nigun, una preghiera senza parole, svolta sul quel filo sottile che corre tra la disperazione e la speranza.

E ancora mi domando come sia possibile questo credere assurdo che non importi, in realtà, quello che c’è nella mia testa, e neanche nella tua, non importa davvero…
Sicuramente non hai ancora conosciuto il basileo che ti ha affidato alle cure del suo satrapo.

…eppure, la stessa identica cosa era capitata anche a me, questo non te l’ho mai detto.

La nitidezza della visione che emanava da quelle parole era tremenda. Per lungo tempo fui incapace di distogliere da essa il mio orecchio, ipnotizzato dal suo sguardo. E la voce che stava dietro quelle parole… una voce che si cela sempre dietro a qualcosa di falsamente prodigioso, che dispensa la conoscenza negli androni e al riparo di anfratti rocciosi, lontano da occhi indiscreti... una voce che continuava a chiamarmi per nome e a dirmi tutti i fatti della vita mia.
E per un certo tempo come era riuscita a incantare il mio spirito!

Eppure, c’era qualcuno che continuava a guardare in direzione del mio sguardo, attendendo con infinita pazienza di sentire un flebile suono risalire dalle profondità della mia anima, dove giacevo prigionero in una cella angusta.
Ma non ero prigioniero Cris, era solo il potere di un incanto quello che operava su di me.
Quando poi, con il vento, cominciarono ad arrivare le folate d’aria portatrici di vita, giù dalle alture, attraverso le strette gole della montagna eterna (quella su cui volevo portarti con me, ricordi?), allora, piano piano, nella valle d’ombra, dove mi trovavo, raccolsi tutte le mie forze, quelle poche che mi erano rimaste, e fui così in grado di pensare intensamente a qualcosa che assomigliasse ad un lamento, e ne venne fuori un rantolo senza suono, un gemito inespresso, che però subito si trasformò in una scintilla di luce.
Non sai che la luce e il suono sono la stessa cosa, Cris?

Come stai? Spero di trovarti bene, perlomeno in superficie, sorella mia.


(Cara Cristina - 2)

Postato da Roboris alle 12:51 | commenti (16)

venerdì, 26 agosto 2005

Frammenti di una presentazione - 2

Si sarebbe perciò indotti a credere che la certezza dell’identificazione cui l’autore fa cenno, "L’inequivocabile e definitiva identificazione della Bestia, tramite il suo nome...", dipenda, secondo lui, proprio dal fatto che chiunque sarà in grado di effettuarla e di riconoscerne il valore, sul piano etico come su quello intellettuale. Se le cose stanno così, allora, in questo modo, viene compiuta una vera azione di svelamento, per cui l’Apocalisse diventa veramente la Rivelazione.

(Frammenti di una presentazione - 1)

Postato da Roboris alle 13:43 | commenti (1)

giovedì, 25 agosto 2005

ERMANNO

Ermanno è un romanzo ambientato nella Longobardia Irpina, storia di una valle del Sannio interno in cui i sedimenti del mondo greco, italico e germanico affrontano gli eventi dell'ultimo fine millennio.

Etimo e declinazione gentile.

Ogni cosa ha il suo mondo e ogni mondo ha le sue cose. Gli uni e le altre si cercano senza tregua, senza trovarsi. Ma forse questo è un bene, perché se si trovassero ne morirebbero. Così, insieme, i mondi e le cose, perennemente inquieti, si accompagnano nel tempo. E anche quando si pensa che siano morti a volte si svegliano dal rifugio della memoria degli uomini, come uccelli impagliati che sbattono le ali, poiché ciò che nasce era già atteso con materna impazienza e ciò che muore si nasconde al di là della finitezza del presente e dietro la nostalgia del passato.

Gli antichi Greci credevano che Cronos (il tempo), istigato dalla madre Gea (la terra), avesse mutilato con una falce Urano (il cielo) e dal sangue che sgorgò nascessero le Erinni (la vendetta). Le Erinni, dette anche le colleriche, erano raffigurate come vecchie orribili, con serpenti per capelli e occhi di fuoco. La prima, Aletto, simboleggiava lo spavento, Megera, l'odio, e Tisifone, l'orrore. Esse perseguitavano coloro che si erano macchiati del sangue dei congiunti. Quando la loro ira era placata allora si trasformavano nelle benevoli Eumenidi, le lenitrici.

Io sono la roccia  che sta sulla collina
innanzi al monte e sopra la fiumara,
guardo giù nella valle e in faccia al vento,
dritta, come lo stilo di una meridiana.
Più fiera della fiamma d'un incendio
salgo dalla Ripa come il tronco dell'ontano,
bianca e viva più d'un dente,
tornita come un osso della mano.
E sento pompare l'acqua nelle gemme,
il crocchiare dei fili d'erba al sole,
il respiro delle zolle all'aratura,
il sobbalzo del vomere ed il suo graffio.
Son io l'occhio, il nervo della terra,
e vedo l'amore, le paure ed il rimpianto.
Io sola conosco quel che é stato,
poiché ero prima...


Nel 1764 una terribile carestia si abbatté sulle zone interne del regno di Napoli.

Mago (Macco-ilo, Machilone, Maccoli, Magio, Maio, Maione, Maiulo)
Magan (Magino, Maino, Maginulfo, Mainolfi...)

(continua qui)

Postato da Roboris alle 14:48 | commenti (1)

sabato, 20 agosto 2005

Appuntamento con la morte

Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari


Ora, di questo stesso autore e di questa stessa sua opera, che spero abbiate letto, ci sarebbe tanto da dire, ma una cosa in particolare vorrei portare alla vostra attenzione (potrebbe essere anche un modo per riappropriarsi di un racconto che è qualcosa di più di un semplice racconto...): la concezione del tempo, così come viene espressa nelle parole di Buzzati, appartiene ad una scuola di pensiero di un particolare centro esoterico (uso questo termine in modo tecnico, senza alcuna accezione negativa). Ignoro se egli fosse un iniziato, ma qualcosa mi dice, tenendo soprattutto conto dei tempi non sospetti in cui scriveva, che sapesse più di quello che lasciava intendere.

Disteso nel lettuccio, fuori dell'alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte – oh, se l'avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire – proprio quella notte cominciava per lui l'irreparabile fuga del tempo.
Si apre così, al sesto capitolo del suo libro, la visione della voragine del tempo, per poi manifestarsi sempre più vertiginosamente nelle pagine che la seguono.


Nessuno c'era che gli dicesse: "Attento, Giovanni Drogo!". La vita gli appariva inesauribile, ostinata illusione, benché la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire. Ma Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni, come gli dei, anche questo sarebbe stata una povera cosa. E lui aveva invece disponibile una semplice e normale vita, una piccola giovinezza umana, avaro dono, che le dita delle mani bastavano a contare e si sarebbe dissolto prima ancora di farsi conoscere.
Questa irreparabile fuga del tempo era giustificata da un appuntamento a cui questo stesso tempo, quello di Drogo, non intendeva e soprattutto non poteva mancare...

Postato da Roboris alle 14:14 | commenti (11)

venerdì, 19 agosto 2005

Frammenti di una presentazione - 1

La sorprendente tesi sostenuta in questo libro, presentata in maniera esplicita soltanto nelle sue ultime battute, si colloca all’estremo opposto rispetto a tutti quelli che si sono occupati altrove dello stesso soggetto. Mentre la gran massa d’essi, cimentandosi nell’ardua impresa di decifrare l’enigma più inquietante delle Scritture, hanno fatto quadrato intorno alla rivendicazione di una personale capacità interpretativa, qui si dice a chiare lettere che tale operazione è a portata di chiunque, purché, naturalmente, abbia gli strumenti per poterla compiere (e tali strumenti vengono naturalmente puntualmente forniti).

Postato da Roboris alle 23:32 | commenti

giovedì, 18 agosto 2005

Capita anche a me

Sì, proprio così. Capita che nel mio girovagare per i sentieri della rete, sentieri a volte piani a volte sconnessi, mi imbatta in una casetta che sembra sorridermi. Busso alla porta ed entro, piano piano, senza far rumore, per non disturbare i padroni. E mi si presenta alla vista un blocco di testo che non finisce più (come quello qui sotto, per intenderci). E chi ce la fa a leggere i monoblocchi? (O anche i poliblocchi?) Mi si blocca lo stomaco. Ci sono delle volte che mi pare siano stati trattati con materiale repellente, sguardifugo.
Delle volte, qualche parola evidenziata in bold e magari colorata aiuta a superare il primo impatto, e piano piano introduce lo sguardo oltre la superficie, nelle profondità del testo: sempre che ce ne siano, in quel testo...
Ma ci sono delle volte che un'operazione del genere non è possibile, perché lo dissacrerebbe, ne spezzerebbe quella continuità sonora che risuona in noi mentre leggiamo, ne altererebbe il ritmo, perfino il significato. È il caso del testo qui sotto, che merita ASSOLUTAMENTE di essere letto, a costo di uno sforzo di concentrazione anche impegnativo. Non sono parole mie, se non due righe del tutto insignificanti. Non lasciate che la ininterrotta continuità tonale del grigio vi inganni: lì è nascosto un tesoro!

Postato da Roboris alle 12:02 | commenti (9)

martedì, 16 agosto 2005

Cara Cristina - 2

«Ascolto le tue parole come se tu mi stessi parlando in generale di quell'"oltre", di quelle energie sottili che ci riportano al vero senso delle cose, mostrandoci l'inutilità, il "maya" (l'illusione) del mondo che ci circonda. Ma non so se è davvero questo ciò di cui tu, comunque a modo tuo, mi parli e mi vuoi parlare.»

«Ho scritto tante cose in quella lettera, ma quella prima frase che ripeti, io la sento per davvero. Vedo questa grande illusione del mondo, a tutti i livelli, e esseri assopiti che ci navigano dentro, senza una direzione, a vuoto, in circolo, come zombie. A livello materiale, culturale, fisico, psicologico, spirituale, sentimentale, etc. etc. Ma il mondo non è sbagliato, nulla del mondo è sbagliato, nessuno dei suoi aspetti.
È l'essere ad essere fuorviato. È l'essere, che ha il diritto di scegliere, e lo fa (consapevolmente? mah!, comunque sceglie..), a creare questo disordine universale. Che potere ha la dialettica in argomenti così forti, profondi, che coinvolgono tutto in noi stessi?»

Tue parole. O forse non tue, non lo so. Parole alle quali continuo a pensare.

"Non conosci il basileo che ha sistemato questi satrapi? È lo stesso basileo che pigia nelle masse degli uomini odierni quella forza che realizza. Essa viene inserita e generata in loro con una tale violenza e una tale pressione, che ogni cosa in questi uomini non riesce a raggiungere la sua elevazione, bensì rimane paralizzata, a pezzi, sconfitta. La forza della realtà non può essere toccata da alcuna necessità o costrizione terrena: la sola forza che possiamo combattere e mettere sotto assedio è la strapotenza dell’orientamento. Questa strapotenza si annida nel sangue del nostro tempo e lo mina con la sua realtà per mettere al suo posto la mera apparenza, ovvero il prodotto che le è più proprio. Rispetto alle altre epoche della civilizzazione, il nostro tempo è l'unico a non realizzare.
Guarda la città che sfuma sotto di noi. Ormai sbiadiscono anche i suoi contorni ed essa si copre con il velo della lontananza crepuscolare come se dormisse. Ma anche nel sonno non viene abbandonata dalla febbre del giorno e i suoi sogni sono come piste sbagliate nel deserto. Guarda attraverso il velo, guarda com’è cronicamente malata, perché ormai caduta nell'apparenza.
Diciamo "questa città", ma non intendiamo affatto le sue case, le sue fabbriche, la sua merce o i suoi rifiuti, bensì intendiamo questi milioni di uomini – non un numero, Cristina, dimentica la quantità, cancella dalla tua mente l'idea di quantità: intendiamo tutti questi singoli uomini, nudi sotto i loro vestiti, sanguinanti nei loro cuori spogliati, il cui battito all'unisono soffoca il frastuono delle macchine. Questi uomini, Cristina, sono privati del diritto più importante di tutti, il diritto sacrosanto alla realtà.
Hanno scopi e capiscono di doverli raggiungere. Hanno un habitat e lo conoscono. Hanno anche un certo spirito e conversano molto. Ma tutto ciò al di fuori della realtà. Vivono, ma non riescono a realizzare quello che vivono. Il loro vissuto viene incasellato senza essere stato davvero compreso. Di esso questi uomini capiscono quali componenti abbia in comune con gli altri vissuti, e si sentono così orientati.
Ognuno di loro viene appellato dall'eternità: "Sii". Ma le ridono in faccia e rispondono: "Lo so". La loro inibizione è così morbidamente ritagliata sul loro corpo, che ne sono felici ed orgogliosi sino al punto di chiamarla con nomi magnifici e satolli di significato, come ad esempio cultura, religione, progresso, tradizione o intellettualismo: oh, migliaia di maschere ha l'irreale."

"Camminavo in mezzo alla folla e non badavo ad altro che all'aprirsi della mia anima verso di essa, non facevo caso ad altro che al modo in cui la memoria e l’abbandono rompevano il catenaccio della mia anima. In quella folla si trovava ogni necessità nascosta e manifesta degli uomini che io potessi scorgere. Dicevo a me stesso: che cosa puoi farmi, folla senza nome che mugghi senza meta attorno a me e mi sfiori senza saperlo? Non ho la forza di guarirti e non ho la capacità di consolarti; e anche se ti sacrificassi la mia vita, questo sarebbe per niente. Tuttavia, di una cosa sono capace: prenderti sulle spalle, raccogliere dentro di me la tua pena ovunque sparpagliata e ridurre ad unità dentro di me quanto ho raccolto a pezzi – posso far sì che la mia anima diventi il tuo canto, per te che di canto sei priva.
Con questa precisa volontà camminavo attraverso la folla. E quando questa volontà cominciò ad agire, di me non ebbi altra consapevolezza se non un trambusto di forze che si scontravano e combattevano le une contro le altre senza misura e senza direzione; ma nel mezzo di quel trambusto batteva un cuore che, proprio come quello umano, riceveva sangue da quella confusione per poi lasciarlo defluire da ogni suo lato. Solo allora fui sopraffatto dal presente del corpo deforme e indomito, perché svolgevo quel compito come una pompa umile e inconsapevole. Ma poi, i miei sensi si ridestarono e da ognuna di quelle forze, sia che cacciassero o afferrassero, sia che fossero affamate, bramose oppure ossessionate da uno scopo, da ognuna di esse percepivo un canto. Ah, questo canto fioco, tremolante e spettrale! Quando lo percepii, divenni vile, amica mia, vile di fronte alla compassione che mi strozzava, e non ebbi più alcuna volontà in me, se non quella di diventare nuovamente un uomo, afferrare una di quelle persone per la strada e dirle: "Torna in te, fratello, che la tua anima è un firmamento sconfinato e libero che niente può sopraffare"."

Ascolta il mio canto Cris, sorella mia, non le mie parole, perché è vero quello che dici: voglio parlare al tuo cuore.



(Cara Cristina - 1)

Le citazioni tra "virgolette" sono tratte da:
Daniel Cinque dialoghi estatici di Martin Buber - Giuntina, 2003

Postato da Roboris alle 14:04 | commenti (7)

venerdì, 12 agosto 2005

Le loro spoglie nelle bandiere

"Hanno rimandato a casa le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere..." F. De André


Ci sono delle cose che quando ti scoppiano dentro non le puoi trattenere.
Lasciate che vi racconti. Sono andato a fare una visita a Marina di Malombra (c'è il link disponibile) e sono stato subito attratto dall'ultimo suo post, Mothers and presidents (un gran bel post, in un blog altrettanto bello). Non ho potuto fare a meno di commentare, perché alcune delle cose scritte mi hanno immediatamente ricordato una cosa simile, scritta via e-mail ad amici e conoscenti in un momento di particolare sconforto.
Si tratta di quanto potete leggere qui sotto, che riporto integralmente (o quasi), e che da lei, ovviamente, citando, ho dovuto condensare.
Ma lo "scoppio" si è verificato quando sono andato a leggere la sua risposta e ho cliccato il link loro spoglie nelle bandiere. Non ero preparato a immagini del genere. E non so se, pur essendo ora allertati, riuscirete voi stessi ad arrivare preparati a quelle immagini. Non ci sono parole che possano descriverne il significato. Forse solo i versi finali della poesia qui sotto, in qualche modo, possono esserci di aiuto in tal senso.


E così la cultura (...) (...occidentale) ha sempre mostrato mille ragioni per vincere, sterminare, dominare, trionfare; mai nessuna per soffrire o morire. Perché ragioni per soffrire e morire, nella nostra cultura, non esistono. Noi sappiamo perché viviamo, lavoriamo, guadagniamo, facciamo carriera. Non sappiamo perché moriamo.
Ferdinando Camon

Cassius Hueffer
Hanno inciso sulla mia lapide le parole:
Generosa fu la sua vita,
e gli elementi in lui così frammisti
che la natura potrebbe levarsi
e dire a tutto i mondo:
questi fu un uomo.
Coloro che lo conobbero sorridono
nel leggere questa vuota retorica.
Il mio epitaffio doveva essere:
La vita con lui non fu generosa
e gli elementi in lui così frammisti
che egli mosse guerra alla vita
e ne rimase ucciso.
In vita non riuscii a contrastare le malelingue,
ora che son morto devo subire un epitaffio
inciso da uno sciocco!
(da Spoon River Edgar Lee Masters)

C'è un nesso tra le due citazioni, quella di Camon e quella di Masters: sono sicuro che ognuno sia in grado di individuarlo da sé. Mi farete sapere.
Da parte mia, vi devo confessare che è con grande fatica che scrivo queste poche parole ...
Ciò a cui stiamo assistendo ogni giorno ha un ché di indescrivibile. Tutto quello che vediamo accadere davanti ai nostri occhi (non ciò che non sappiamo, ma ciò che sicuramente vediamo e sappiamo) è tanto mostruosamente evidente, nelle sue cause prima ancora che nei suoi effetti, da diventare mostruosamente indescrivibile. Dovrebbe lasciare spazio al fiume di lacrime di disperazione impotente che sole possono esserne il giusto commento, ed invece sfocia nella frase finale dei nostri notiziari: ed infine, naturalmente, lo sport...
Di quale natura stiamo parlando con tanta naturalezza, ditemi, di quale?
E sento un urlo che sale dal profondo di me stesso, un urlo di mille, diecimila, centomila voci che mi giungono tutte insieme invadendo il mio spirito con una sola tremenda domanda: perché?
Noi abbiamo una cultura vincente. Ha solo il difetto che si fonda sull’inganno. (Ferdinando Camon)
E così, amici miei, oggi vi raggiungo con più amarezza del solito, ben sapendo che anche la sofferenza può essere condivisa, divenendo in questo modo più sopportabile.

P.S. Per quanto riguarda i commenti, alcune avvertenze: data la natura dell'argomento potrebbe risultare molto facile per alcuni lasciarsi andare a espressioni ingiuriose, o a insulti veri propri, nei confronti di terze parti (a buon intenditor...). Sappiate che tali commenti verranno immancabilmente cancellati!

Postato da Roboris alle 18:24 | commenti (15)

giovedì, 11 agosto 2005

Pensieri diversi

Non si possono costruire le nuvole. Per questo il futuro sognato non diventa mai vero. (1942)

Postato da Roboris alle 14:55 | commenti (5)